La Chiesa di San Nicolao della Flue non solo non è mai stata particolarmente apprezzata dai milanesi, ma è stata anche oggetto, per la combinazione tra forma esterna e struttura interna, di diverse e più o meno fantasiose interpretazioni, che l’hanno descritta a volte come “il ventre di una balena”, piuttosto che “la chiglia di una barca rovesciata”…(l’Arca?)
I rimandi marini o biblici non hanno però mai trovato conferme: non solo perché non corroborati da alcun tipo di commento da parte del progettista, l’architetto Ignazio Gardella, ma anche a causa della quasi completa assenza di questo progetto tra i testi che analizzano criticamente il suo lavoro.
Da qualche tempo lo stile definito brutalista, in architettura, conosce un rinnovato interesse da parte del pubblico e la chiesa di San Nicolao della Flue è spesso menzionata, su social e pubblicazioni, tra gli esempi presenti sul territorio. Si tratta però di una chiave di lettura riduttiva per questa architettura, che alla struttura grezza (brut) affianca una certa ricercatezza rispetto a materiali e finiture impiegate, ma anche uno studio delle forme che rimanda alla tradizione, piuttosto che cercare la rottura. Infatti, se l’Architetto amava misurarsi con tecniche e materiali innovativi – lasciandosi contaminare dai movimenti dell’epoca e dal lavoro dei colleghi – impegnato su una tipologia così ricca di un’iconografia di riferimento, viene ispirato anche dalla storia.

La nuova chiesa di San Nicolao della Flue – ©Archivio parrocchiale
Don Michelangelo Bono, una laurea in architettura prima dell’ordinazione sacerdotale, ora in servizio presso la parrocchia di San Pio V in Calvairate, ha vissuto per 8 anni nella Parrocchia di S. Nicolao della Flue, sempre a confronto con la struttura, oggetto della sua prolungata osservazione e attenta analisi, nonché con le domande di parrocchiani e visitatori (molti i designers, gli studenti, i fotografi) che si interrogano su questa chiesa e sulle ragioni di scelte insolite per l’architettura sacra (l’intonaco strollato grigio scuro dell’interno e la scarsità di luce naturale, la forma della copertura e l’esiguità di simboli religiosi esterni che la identifichino…)
Sulla scorta degli interrogativi posti e di qualche stimolo, che ha risvegliato la mal sopita passione per la ricerca in architettura, don Michelangelo ha intrapreso un lungo e articolato lavoro di ricerca, scandagliando tutti gli archivi (milanesi e non) ove poter reperire materiale documentale che fosse d’aiuto a fare un po’ di luce.
Interno della chiesa – ©Archivio parrocchiale
Ogni passaggio della ricerca ha lentamente composto un mosaico che ha un po’ rischiarato la lettura dell’opera, confluendo in un testo che sarà presto pubblicato sulla rivista di ricerche storiche della Diocesi di Milano, diretta dall’Archivio Storico Ambrosiano, e farà da base per la realizzazione di materiale informativo da esporre/distribuire in chiesa per fedeli e visitatori.
I punti salienti del particolare progetto (1964-1969) emersi dalla ricerca:
La Chiesa nasce nel contesto storico del cardinal Giovanni Montini e del suo “Piano” per la costruzione di diverse chiese nei nuovi quartieri sorti negli anni ‘50-‘60 alla periferia di Milano, in un quadro di attenta pianificazione: quest’opera è stata affiancata dal Comitato Nuove Chiese e dall’ufficio competente della Curia di Milano.
- Il progetto firmato da Ignazio Gardella è successivo a quello di un noto architetto svizzero (F. Metzger) scelto inizialmente come progettista (S. Nicolao è patrono della Svizzera) che fu bocciato dal Comune di Milano.
- Gardella lavora a lungo sul progetto, che modifica man mano, a partire da una versione iniziale molto più convenzionale, fino ad approdare alla soluzione plastica realizzata, con l’immaginario della “grande vela continua” (la tenda biblica), organizzando uno spazio scuro, che favorisce il raccoglimento, e grazie ai tagli con la luce naturale e al volume centrale, offre una spinta verso l’alto, con “l’ardimento alato” delle strutture di sostegno della copertura, completamente indipendente dalle murature perimetrali.
- Gardella, inizialmente formato come ingegnere, non era un teorico, ma avendo grande competenza sugli aspetti strutturali, sviluppati qui con la collaborazione dell’ingegnere Egone Cegnar, era molto attivo in cantiere, interagendo direttamente, come usava, con le maestranze.
- Sebbene le forme appaiano inconsuete, sono ricche di rimandi alla tradizione ecclesiastica dell’architettura: alla prima biennale di architettura di Venezia del 1980, dal titolo “La presenza del passato”, nella sezione dedicata – Omaggio a Ignazio Gardella – viene esposto il modello in legno di San Nicolao della Flue come manifesto richiamo all’architettura storica.
Don Michelangelo, nel suo riserbo, dichiara che – al di là della pubblicazione – la cosa per lui più importante è la speranza di risvegliare con la sua ricerca un interesse e una curiosità nei confronti di quest’opera così poco indagata e di avere magari la fortuna di poter raccogliere ulteriori elementi a riguardo, grazie anche all’aiuto di chi venga a conoscenza di questo lavoro e possa in qualunque forma contribuire ad arricchirlo.
Architetto Marco Vicinanza
