La vera bellezza? La condivisione nell’amicizia

Alessandra Casella ritratta da ©Carlo Casella

Abbiamo raggiunto nel suo appartamento in zona l’attrice e giornalista Alessandra Casella, tra i nuovi docenti di punta de “La Tana degli Artisti” diretta da Alice Gagno e sua regista nel monologo su Monica Vitti (vedi numero ottobre 2023). Riflessioni sulle sue diverse carriere e prospettive future, all’alba di 60 primavere magnificamente portate e a due anni dalla perdita dell’amato marito: «Mi ha aiutato molto la meditazione, altrimenti non sarei andata avanti. Fa ancora male».

La tua carriera comincia con la recitazione: quando hai pensato per la prima volta “voglio fare l’attrice”?
«A 6 anni. Ricordo la sensazione di turbamento mentre guardavo il film Anna dei miracoli e i Miei che mi dicevano “è solo un film, non muore nessuno dopo vanno tutti insieme a mangiare il risotto!” Ma io piangevo perché volevo essere la bambina sordo-cieca. In tutte le recite scolastiche ero la protagonista. In famiglia l’attore era un mestiere neanche contemplabile, pensavano che prima o poi mi sarebbe passata la voglia e avrei fatto la giornalista – cosa che in seguito sono diventata – o l’avvocato, dato che da pasionaria quale sono ho sempre preso le parti di chi non poteva difendersi. Poi è arrivato il diploma all’Accademia dei Filodrammatici e ho studiato a New York con Lee Strasberg. Un genio. Ne ho conosciuti due nella mia carriera: lui e Albertazzi».

In più interviste ti sei definita “brillante, non comica”. Perché?
«Di natura ho sempre cercato il lato ironico nella vita, la battuta per sdrammatizzare non mi è mai mancata. Comica lo sono stata giocoforza per lavorare, soprattutto nel periodo de La TV delle ragazze, ma sono più un’attrice brillante. Ho retto bene anche ruoli drammatici, però anche in quei casi riemergeva questa mia cifra. Persino quando dirigo, pur amando la verità emotiva in scena, tendo sempre a stemperare le parti più crude. Forse perché quando interrompi la tragedia con una sottile venatura ironica il personaggio diventa endearing, cioè ci si affeziona».

 

«Una conquista? Un tempo era molto più difficile per una comica far ridere senza essere, diciamo, bruttina.
Oggi smentiscono questa tendenza due attrici come Paola Cortellesi e Virginia Raffaele, che adoro».

 


Hai citato La TV delle ragazze, storica trasmissione nella quale hai proposto la tua “sensuale” Gruber, tuo primo cavallo di battaglia. Oggi come ricordi quel periodo?
«Bellissimo. La prima grande occasione per una leva di nuove comiche, o attrici prestate alla comicità. Sono ancora in buoni rapporti con tutte loro. La mia Gruber era nata in uno spettacolo diretto da Mirabella. In una scena Vittorio Viviani, sorta di capo mafioso in una prigione di lusso, si divertiva a “cambiare canale su di me”, che interpretavo la sua televisione: uno di questi personaggi televisivi era la Gruber. Serena Dandini, che era nel pubblico e mi vide, mi chiese un provino. E fu la mia fortuna: in quegli anni ho lavorato benissimo».

Prima i programmi A tutto volume e Bravo chi legge, poi una rubrica di recensioni letterarie su Oggi e direttrice editoriale di Booksweb Tv. Il tuo rapporto con la critica letteraria: come è nato, come è evoluto e cosa rappresenta oggi per te.
«È nato con me, da sempre. Ho perso la vista cominciando a leggere da piccolissima di nascosto di notte in camera. Prima Il Corriere dei Piccoli, poi le fiabe di fine Ottocento e pian piano le opere di letteratura. Adoravo entrare in altri mondi, fuggire dalla realtà, da una situazione familiare complicata. Volevo solo libri, o soldi per comprare altri libri. Me li guardavo e accarezzavo. Adoravo anche quelli di scuola, amavo studiare. Avevo sempre un volume in mano. Ancora oggi, più di tutto, ho l’abitudine di coccolarmi leggendo immersa nella mia vasca da bagno».

 

«Il libro che mi ha cambiato la vita? Più di uno.
Leggo e ho letto tanto per lavoro negli ultimi anni, oggi però ho bisogno disperato dei classici.
Rileggere un classico significa riconciliarsi con la bellezza di una scrittura alta,
ma per il lettore medio.
Me li rileggo ad alta voce, come dei mantra».

 


É in cantiere qualcosa di nuovo dopo il tuo romanzo Un anno di Gloria?
«Quel libro risale al 2001, anno per me incredibile con un ruolo drammatico nel film Tra due donne e la nascita di Chiara, mia figlia: mi sembrava di avere il mondo in mano. Purtroppo dopo tre mesi mia figlia si è ammalata e da allora ho abbandonato tutto per curare la sua salute, fino ai 5 anni. Da allora ho cominciato a occuparmi se possibile ancora di più di libri. Dopo tanta lettura viene quasi naturale scrivere: al momento sono oltre la metà della stesura di un’altra opera. Lavoro lentamente, anche perché il teatro è tornato a chiamare (ammicca)».

 

«Da anni porto in scena uno spettacolo di poesie intitolato “Questo mistero che noi chiamiamo amore”,
insieme a Maurizio Trombini. La poesia è il genere nel quale io stessa mi esprimo meglio: ne ho sempre scritte tante anche se non ne ho mai pubblicate, perché sono mie.
E se c’è un valore in quello che scrivo è lì».

 

Un anno di Gloria, Alessandra Casella, Salani (2001)

Alludi alla collaborazione con La Tana degli Artisti. Com’è insegnare?
«Mi piace dedicarmi agli attori disposti a rimettersi in discussione. Inizialmente pensavo di insegnare solo ai professionisti, ma ho scoperto quanto sia stimolante farlo anche per gli hobbisti. Uso il method acting di Strasberg, quello che ha saputo tirar fuori il meglio da me. Oltre allo studio del personaggio ti aiuta ad allenare la memoria emotiva attraverso una serie di esercizi che portano con gli anni a una capacità di usare fisicamente le tue emozioni al bisogno».

 

«Oggi recitare mi interessa relativamente, sono più ispirata dalla regia.
Anzi ho scoperto che la ragione per cui ho studiato recitazione non era per essere attrice, ma regista».

 

Autrice, giornalista, critica letteraria, attrice, presentatrice e regista. Il prezzo della poliedricità: se si pensa ad Alessandra Casella cosa vorresti che venisse prima in mente?
«Mio marito mi suggerì comunicattrice. Oggi che mi sto dedicando alla regia teatrale vorrei essere notata o consultata per quello. In più essere dura, pura e poco duttile non aiuta. Avere la fortuna di poter usare il mezzo pubblico – che sia teatro, tv, cinema o libri – per far sentire la propria voce, o meglio ancora quella degli altri, penso sia già di per sé già un privilegio. Ho rifiutato anche grandi occasioni proprio perché non è mai stato un mio obbiettivo essere riconosciuta per strada. Troppo severa con me stessa? Forse. Sono valori dati dalla mia famiglia».

Valori che riguardano anche il rapporto con la tua bellezza e l’essere diva, allora e oggi.
«La grande Anna Proclemer mi disse una volta in un ristorante: “Tu Alessandra non hai idea di cosa significhi essere diva. Fai televisione e ti comporti come fossi niente. Essere diva è questo, guarda: ora io mi alzo e senza far nulla farò voltare la testa a tutti quelli che sono ai tavoli”. Non c’era nessuno che non la occhieggiasse, era unica. Ecco io non mi sono mai sentita diva o bella. Ricordo lo straniamento quando mi dicevano che ero sexy. La bellezza è una fortuna, non un valore e se ce l’hai devi pagarla. Ho sempre voluto essere solo interessante. O al massimo affascinante, come penso di essere stata per alcuni aspetti. La verità è che mi interessava poco. Quello che ha contato, come ora, è la condivisione nell’amicizia: quella è la vera bellezza».

Luca Cecchelli
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