Nino Iacovella, testa, anima e volto del blog Perigeion e dell’associazione Equi.libri in Corvetto, piccolo baluardo di base ne quartiere dedicato alla poesia, si racconta alla redazione di QUATTRO in occasione dell’uscita della sua nuova raccolta di poesie, La parte arida della pianura.

Dall’ispirazione alla filosofia di Michael Houellebecq dichiarata fin dall’esergo, alle riflessioni nate durante l’isolamento pandemico, Iacovella, coi suoi frammenti poetici – nati come “strumento di ricerca” di vere e proprie “ossessioni”, più che impressioni registrate di getto su un diario – intende osservare il cammino dell’Uomo come comunità fin dall’origine della costituzione delle prime cellule sociali.

Sullo sfondo, la (nostra) Pianura (Padana), che ha saputo ispirare il poeta nella sua riflessione grazie alla sua capacità di essere al contempo luogo di sviluppo e progresso, e isolamento misterioso e metafisico.

Se avete piacere di ascoltare i suoi componimenti:
sabato 23 maggio ore 18, presso il C.I.Q. di via Fabio Massimo 19, lo stesso Iacovella presenterà, insieme a Francesco “Cisky” Capizzi, le sue poesie in un RECITAL, accompagnato dalla fisarmonica del Maestro Vincenzo De Ritis.

Riccardo Provasi

Intervista di Francesco Tomada all’autore

La prima domanda è probabilmente la più prevedibile, ma al tempo stesso la più necessaria per comprendere il tuo approccio alla scrittura. Per quanto tu ti occupi costantemente di poesia, le tue pubblicazioni sono molto diluite nel tempo: La parte arida della pianura è stato pubblicato diversi anni dopo La linea Gustav, e contiene alcuni testi che avevano visto la luce oltre dieci anni fa. Da che cosa sono determinati questi intervalli così ampi?
«Tra un libro e l’altro si aprono intervalli lunghi, necessari. Non sono attese casuali, ma il tempo stesso della scrittura. La poesia, per me, è uno scavo: un ritorno ostinato dentro ciò che resiste: la realtà, le forme della convivenza, le crepe del presente. Intorno, tutto accelera. Anche la parola poetica sembra piegarsi a un ritmo che consuma e sostituisce. Io resto altrove. Mi penso come un contadino: lavoro la terra dura del linguaggio, la dissodo, semino con pazienza ciò che insiste a venire alla luce. Poi mi fermo, e attendo. Ogni cosa ha il suo tempo di maturazione, e non può essere forzato. Eppure La parte arida della pianura nasce anche da un’altra spinta. Non solo coltivare, ma innalzare. Come chi, lentamente, dispone pietra su pietra, inseguendo una forma solida e durevole. Un’opera che si misura con il tempo lungo e nel tempo trova la propria necessità».

Continuando a pensare al tempo, anzi al concetto stesso di tempo, il libro abbraccia archi temporali vasti all’interno di un quadro che al termine si scopre unitario ed estremamente compatto, ma che all’inizio può spiazzare: si apre con un passaggio molto recente, riferito al tempo della pandemia, per poi addentrarsi in una sezione il cui titolo dice già molto, cioè Olocene. È un andirivieni nel tempo che attraversa tutta la raccolta; se mi chiedessero di che cosa parla il libro, forse la prima risposta sarebbe proprio che “parla dell’uomo all’interno del tempo”. È una lettura che almeno in parte corrisponde alla tua idea?
«Il libro ha un andamento poematico, con una linea di fondo che potremmo definire epica, nella misura in cui ripercorre il lungo viaggio dell’uomo dalle origini fino al presente. Attraverso le sue tappe emerge una riflessione sul dolore e sulla morte, dimensioni che la civiltà occidentale ha progressivamente cercato di allontanare, se non addirittura di rimuovere dal proprio orizzonte esistenziale. Ne deriva una sorta di anestetizzazione, che coincide con la perdita del senso del limite, sia del desiderio sia della nostra stessa finitudine. In questo quadro, certo, il tempo si impone come autentico protagonista. In fondo, dovrebbe sempre essere così in poesia. Non è soltanto una cornice, ma una forza attiva, un elemento con cui misurarsi costantemente. Come suggerisce Jorge Teillier, “la poesia è una lotta contro il nostro nemico naturale, il tempo, ma anche un tentativo di riconciliarci con esso, fino a integrarci nella dimensione della morte”».

La tua poesia si caratterizza per le sue solidissime (non uso a caso il superlativo) basi filosofiche e sociologiche, anzi in molti passaggi è proprio un’esplorazione della sociologia umana e dei meccanismi profondi che ne stanno alla base, così come delle distorsioni che ne minano le fondamenta e il presente ancora prima del futuro; anche le citazioni – quasi tutte estranee all’ambito della poesia in senso stretto – contribuiscono a rafforzare il substrato del libro. Non ti chiedo quindi quali siano i poeti che hanno influenzato la tua scrittura, ma quali sono i pensatori (in campo filosofico, politico, storico) che l’hanno nutrita nel suo svilupparsi.
«Un libro del genere si presta a diversi livelli di lettura. Si può attraversare la poesia nella sua dimensione più immediata, come semplice fruizione di un testo letterario ad alta densità emotiva, anche senza cogliere necessariamente i nessi e i rimandi ulteriori che pure ne costituiscono l’ossatura strutturale. Tuttavia, nella misura in cui il libro si configura come un poema che affronta e progressivamente mette a fuoco il dramma di una società segnata dall’alienazione del cosiddetto “realismo capitalista”, diventa inevitabile il dialogo con alcuni riferimenti teorici precisi. In questo senso, Mark Fisher rappresenta un punto di snodo fondamentale, così come Antonio Gramsci, evocato già nel titolo di un testo: Noi osserviamo la realtà attraverso le lenti di una teoria. Ma è soprattutto la presenza di Michel Houellebecq a costituire la linea di sutura tra dimensione letteraria, sociologica, filosofica e politica. Houellebecq è stato tra i primi a mettere in discussione in modo radicale il neoliberismo, tanto nei romanzi quanto nella poesia. Non a caso, l’esergo che apre il libro è tratto da lui e introduce la pianura come spazio allegorico dell’esistenza di oggi».

La società umana (come forse tutte le popolazioni biologicamente intese, di tutte le specie) rappresenta anche un’espressione di lotta per la sopravvivenza: questa lotta a volte assume i connotati di un modello di sviluppo, a volte diventa vera e propria violenza, e proprio alla violenza è dedicata una sezione molto forte del libro, anche perché le vittime qui diventano persone con nomi, cognomi, date. Che cosa rappresentano per te queste persone, e perché le hai definite così dettagliatamente come individui, mentre altrove nel libro questa individualità appare dispersa nella vastità del gruppo?
«La società neoliberale è segnata da una individualizzazione parossistica, accompagnata da una razionalizzazione opportunistica di ogni aspetto della vita umana che accentua progressivamente l’isolamento reciproco degli individui. In questo contesto la violenza, che storicamente è stata in larga parte mediata e regolata dallo Stato e dalle istituzioni collettive come strumento di mantenimento dell’ordine (ad esempio la pena di morte, nel caso di Ruth Snyder), tende oggi anch’essa a trasformarsi in un fatto privato. Diventa, in qualche modo, l’esito estremo della disgregazione sociale e dell’alienazione dell’individuo, progressivamente separato dalla dimensione del comune. I fatti di cronaca non sono che la manifestazione più evidente di questo processo. Ed è proprio per questo che, nel libro, le vittime riacquistano nome, cognome, data: vengono restituite alla loro irriducibile singolarità. Laddove altrove l’individuo appare disperso nella massa, qui emerge invece come presenza concreta, sottratta all’anonimato, quasi a contrastare quella stessa dinamica di cancellazione che la violenza produce. In questo senso, il riferimento a René Girard è inevitabile: il suo “La violenza e il sacro” costituisce un punto di orientamento fondamentale per comprendere i meccanismi profondi che legano violenza, comunità e sacralità. Non a caso, un suo esergo apre la sezione “Madre della violenza”, fungendo da chiave interpretativa dell’intero discorso».

Il tuo è un libro che dà voce a chi è chiuso nel silenzio, che dà spazio a chi viene rinchiuso e isolato. In questo senso la splendida sezione Crash test è esemplificativa, una forma di pietas estrema, a volte dura, altre commovente nella sua santità imperfetta. In che modo nascono le poesie che la compongono?
«Le poesie di quella sezione nascono da un’esperienza diretta, vissuta durante il servizio civile in una comunità per persone con disabilità mentale grave. Ero molto giovane e, soprattutto, privo degli strumenti necessari per confrontarmi davvero con il dolore, sia quello concreto, quotidiano, sia quello più profondo, legato al senso stesso della vita. L’impatto fu inevitabilmente forte, quasi traumatico: un vero e proprio “crash test”, come suggerisce il titolo. La sezione si costruisce proprio a partire da questa immagine di schianto, che è insieme personale e simbolica. Da un lato c’è l’urto emotivo di quell’esperienza; dall’altro, la sua trasformazione in materia poetica, in allegoria di una frattura più ampia, che riguarda il nostro modo di guardare la fragilità e l’esclusione».

Mi collego a due splendidi versi: per te l’idea di poesia potrebbe essere il tentativo di “lasciare / vividi colori del nostro passaggio”?
«Sì, credo che per un poeta l’ambizione più grande sia proprio quella di lasciare una traccia che non sia del tutto cancellabile. Un segno capace di resistere, almeno in parte, all’erosione del tempo. L’idea è che la poesia possa restare, in qualche forma, custodita (non necessariamente nella memoria collettiva più ampia, ma anche solo nello sguardo di chi, in un tempo altro, vi entrerà in contatto). In questo senso, un libro di poesia è un po’ come affidare un messaggio a una bottiglia: un gesto fragile, affidato al caso, ma carico di possibilità. Che possa, prima o poi, approdare sulla riva di qualcun altro, magari lontano nel tempo, e continuare lì a vivere».

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