C’è una musica che non nasce per stare ferma. Non cerca il silenzio raccolto di un teatro né la perfezione immobile di una platea. È una musica che si muove, accompagna, scandisce il passo. Una musica che rappresenta. È quella della fanfara. E per comprenderla davvero bisogna entrarci dentro, ascoltarla da vicino, coglierne non solo il suono ma il significato.

È quello che accade varcando le porte del Comando Squadra Aerea – 1ª Regione Aerea, in piazzale Novelli, dove abbiamo incontrato il Generale di Brigata Luca Baione e Michelangelo Scarano dell’ufficio cerimoniale, per farci raccontare cosa si cela dietro questa formazione tanto visibile quanto, paradossalmente, poco conosciuta.

Già il nome racchiude un indizio. “Fanfara” è una parola che nasce per imitazione, un termine onomatopeico che richiama il suono squillante degli ottoni. Deriva con ogni probabilità dal francese fanfare, utilizzato per indicare brevi squilli di tromba in ambito militare. Non è solo una definizione musicale: è un annuncio, un’apertura, un segnale che cattura l’attenzione. Ed è esattamente ciò che fa una fanfara quando entra in scena.

Ma attenzione a non confonderla con una banda. La differenza non è formale, è sostanziale. La fanfara è un organismo essenziale, costruito attorno agli ottoni e alle percussioni. Niente legni, niente clarinetti o flauti: solo strumenti capaci di produrre un suono diretto, potente, immediato. È una scelta che determina tutto, dal timbro alla funzione. La banda, al contrario, è più ampia, più ricca, più “orchestrale”: integra anche i legni e può affrontare repertori complessi, dalla musica classica alle colonne sonore. La fanfara, invece, nasce per essere efficace all’aperto, per accompagnare il movimento, per dare ritmo e solennità alla cerimonia. È musica che deve arrivare, senza mediazioni.

E proprio il movimento è uno degli elementi che la rendono unica. I musicisti della fanfara non sono soltanto esecutori: sono militari. Questo significa che, oltre a suonare, devono marciare, mantenere una formazione, coordinarsi come un plotone. «Marciare con uno strumento in mano è un altro tipo di addestramento – racconta Michelangelo Scarone -. C’è una parte musicale e una parte formale: si lavora su entrambe, ogni giorno». Le prove sono quotidiane, e non riguardano solo l’esecuzione dei brani ma anche postura, allineamento, precisione nei movimenti. Una fanfara può esibirsi in forma statica oppure in sfilata, spesso alternando le due modalità nello stesso evento. È una musica che si adatta al contesto, ma che non perde mai il suo rigore.

Entrare a farne parte non è un percorso improvvisato. Serve una base musicale solida, spesso costruita nei Conservatori, e una selezione rigorosa. Dopo l’arruolamento, chi dichiara competenze musicali affronta un’audizione: un brano a scelta, una prova a prima vista, domande teoriche. Solo chi raggiunge gli standard richiesti viene inserito nella fanfara. E da quel momento la musica diventa un lavoro a tempo pieno. «Qui si fa esclusivamente attività musicale – viene spiegato durante l’incontro -. Niente servizi di guardia o incarichi di caserma: è un ruolo riconosciuto e valorizzato». Una scelta che sottolinea quanto la Forza Armata consideri la fanfara non un elemento accessorio, ma una componente identitaria.

La Fanfara del Comando Squadra Aerea – 1ª Regione Aerea nasce nel 1984 e oggi è una formazione professionale composta da sottufficiali, graduati e volontari con formazione musicale. Nel tempo ha ampliato il suo ruolo dalle cerimonie militari ai concerti in Italia e all’estero, con un repertorio che spazia dalla tradizione militare al pop. Nel 2017 ha ricevuto l’Ambrogino d’Oro del Comune di Milano, e dal 2026 è diretta dal Maestro Massimiliano Picca.

Forse il suo segreto è proprio questo: in un tempo in cui tutto corre veloce, la fanfara riesce a fermare lo sguardo e a dare ordine al movimento. Non riempie semplicemente uno spazio: lo attraversa, lo struttura, lo racconta. E mentre il suono si diffonde nell’aria, ciò che resta non è solo una melodia, ma una presenza. Una forma visibile – e ascoltabile – di identità.

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