Da qualche settimana, nel cuore del Corvetto – in via Bessarione 30 – ha aperto Bamyan, piccolo ristorante con una vetrina e 28 tavoli dove è possibile assaporare la cucina tradizionale afghana. Questo grazie allo spirito imprenditoriale di Asharaf Barati che dall’Afghanistan è dovuto fuggire nel 2006, affrontando un viaggio rischioso che lo ha portato prima in Puglia, quindi a vivere e lavorare tra Venezia e Milano, e da un paio di anni a risiedere definitivamente qui.
«Ho voluto questo ristorante anche per dare un’opportunità ai miei connazionali che come me sono dovuti fuggire e fanno fatica a trovare lavoro, anche perché non conoscono bene la lingua», racconta Barati, che nella sua seconda vita qui in Italia di lavori ne ha fatti diversi, compreso il muratore. E infatti ha ristrutturato lui stesso il locale – abbandonato da anni – rendendolo uno spazio caldo e accogliente grazie a decorazioni e piastrelle sui muri e sui tavoli che si rifanno alla sua terra natale.
Così come è un richiamo preciso alla tormentata storia dell’Afghanistan anche il piccolo Bhudda in piedi che in una nicchia – proprio di fronte all’ingresso – ricorda le due famose statue colossali che erano le più grandi raffigurazioni di creature umane del mondo, e sono state distrutte dai Talebani nel marzo 2001, proprio nel distretto della città di Bamyan, alla quale il nome del ristorante vuole rendere omaggio.
La cucina che si può assaggiare qui ben rappresenta quella che si mangia quotidianamente nelle case degli Hazara, gruppo etnico di origine mongolo-turca – del quale fa parte Barati – che vive prevalentemente nelle zone montuose dell’Afghanistan, parla un dialetto derivato dal persiano ed è storicamente vittima di discriminazioni e persecuzioni da parte Pashtun, l’etnia dominante del Paese. Anche Fatana Golistani, la giovane cuoca che dà vita ai piatti del Bamyan, è scappata da Kabul qualche anno fa per sfuggire ai Talebani, e ora grazie a Barati ha un posto di lavoro.
Scorrendo il menù, tra gli antipasti spiccano involtini di carne e verdure, focacce ripiene di carne, patate e verdure, e poi piatti principali come ravioli di carne o con verdure e yogurt, riso e lenticchie, riso con pollo o speziato allo zafferano, mandorle e uvetta, vitello con ceci, cipolla, limone e coriandolo, e molto altro.
«Nelle prime settimane di apertura sono venuti diversi italiani curiosi di assaggiare i nostri piatti, ma anche turisti arabi che ci hanno trovato su internet, perché la carne che serviamo è halal», precisa Barati, e specifica: «La nostra cucina è a base di riso, patate, verdure e carne di pollo, agnello e vitello, uniti in piatti unici semplici e non troppo speziati, ma che spesso richiedono lunghe cotture. E ha molti tratti in comune con quella persiana».
Ed è proprio la cucina persiana il fulcro di Samarkand, altro ristorantino che sempre in via Bessarione, a pochi passi dal Bamyan, Barati ha aperto con successo qualche anno fa, mentre sua moglie coreana Jian Choi, dal 2025 si occupa di K Bab to Go, piccolo locale di street food orientale in via Riva di Trento 2.
Bamyan comunque vuole essere anche un punto di riferimento per contribuire a far conoscere meglio non solo la cucina, ma anche la cultura afghana, come racconta Barati: «Vogliamo organizzare qui periodicamente concerti di musica afghana, incontri e presentazione di libri sul tema».
Il ristorante è aperto tutte le sere – tranne il mercoledì – e sabato e domenica anche a pranzo.
