«Tutto ciò che conta è nei minimi dettagli… welcome to Milano Cortina 2026!». Nello spot la voce era quella dell’attore Stanley Tucci, le immagini alternate quelle del Duomo e degli atleti delle Olimpiadi invernali, il pubblico quello vastissimo della rete americana NBC. Da noi invece il filmato non ha girato per ragioni di copyright, ma se i Giochi d’inverno sono piaciuti tanto in America è anche un po’ merito del produttore esecutivo di quel lungo spot, Enzo Coluccio, e della sua casa di produzione Ardaco, che sta in una palazzina affacciata sul cavalcavia del Corvetto. E proprio come dice lo spot, occhio ai dettagli: per arrivare al terzo piano dove in un grande loft Coluccio da 18 anni produce e dirige film, campagne pubblicitarie, documentari, soprattutto idee, si prende il montacarichi. Un segno del passato dell’edificio, che ai primi decenni del ’900 era una fabbrica di biciclette, ma anche della continuità della vocazione della zona al lavoro. Quando di qui uscivano telai e pedali, tutto attorno c’erano fabbriche chimiche, saponifici, segherie, officine. Ora è un concentrato in evoluzione di uffici, studi professionali, spazi per arte, musica, design e vita sociale.

«Da queste parti», inizia a raccontare Coluccio, «io ci sono nato, e a volte mi sembra di non essermene mai andato». Infanzia nelle “case dei ferrovieri” di via Verbano («Centoquattro famiglie e una quantità di ragazzini con cui sono cresciuto»), elementari in via Polesine, medie in via Vallarsa, poi l’ITSOS dove ha studiato anche cinema e fotografia, scoprendo talento e passione per «l’immagine, l’arte, la musica e la sperimentazione, che in quegli anni esplodevano dappertutto». Si iscrive al Dams, ma già lavora: «Ho cominciato come assistente fotografo in quella fantastica scuola che è stata negli anni Ottanta l’agenzia di comunicazione di Franco Scepi, con cui ho poi lavorato per tredici anni». Qualche episodio per aiutare la memoria: campagne che rivoluzionavano i linguaggi della pubblicità come gli spot Campari con Kelly Le Brock vestita di rosso e quello per le macchine da caffè Gaggia che finiva con l’inquadratura di un quadro di Schifano («L’aveva dipinto apposta e alla fine lo lasciò in regalo al committente, oggi vale più del costo di tutta la campagna»).

Prosegue: «Nel 1996, a 34 anni, ho fondato con Egidio Artaria con cui lavoro tutt’ora e con Michele D’Anca la casa di produzione Ardaco. Siamo partiti con uno studio di registrazione in una soffitta di via Washington e un prestito in banca di 15 milioni. Se penso alla fatica che fanno oggi i giovani, credo che sia davvero urgente un patto generazionale…». Alla fine dei Novanta, sia detto per chi non c’era, il mondo della pubblicità dialogava brillantemente con l’arte, le istituzioni culturali («alla Biennale Giovani di Venezia quell’anno abbiamo presentato un filmato realizzato per il Comune di Milano») e la musica («negli stessi mesi abbiamo prodotto il primo disco dei Casino Royal»). Seguono nel 2003 la produzione di Fame Chimica, un lungometraggio di Antonio Bocola e Paolo Vari su giovani, droga e periferie a Milano che ha fatto epoca, e la produzione del più intimo ma originalissimo L’estate d’inverno dell’allora diciannovenne Davide Sibaldi.

Nel 2008, già tornato al Corvetto, Coluccio torna a produrre, insieme a molti e curatissimi spot e campagne per grandi aziende e istituzioni, film di forte impatto sociale come Fuga dal call center, sul precariato giovanile, presentato al festival Filmaker. E l’anno dopo produce e dirige, insieme a Franco Bocca Gelsi, Linea Rossa, un documentario sulla vita e l’arte di Albe e Lica Steiner che diventa anche libro e una serie di mostre. E arriviamo a un altro e diverso ciclo di impegno, ancora più vicino al quartiere. «Otto anni fa mi sono imbattuto nella notizia di una iniziativa pubblica su Angela Giorgetti alla Associazione di volontariato e aiuto educativo creata a suo nome, in via Mincio. Lei era stata mia professoressa alle medie e con l’associazione da allora collaboro, sia proponendo corsi di formazione all’immagine nelle scuole che producendo film». Ne sono nati nel 2015 il documentario di un’ora Educazione affettiva, crescere a scuola, e più recentemente i corti realizzati con scuole e ragazzi della zona Incontro a Corvetto e Riprendiamo il quartiere: sguardi attenti e perspicaci sulle contraddizioni e sulle potenzialità di generazioni e luoghi.

Ma come convivono in una mente creativa, l’attenzione al sociale e al dettaglio commerciale più patinato, ai contrasti e alle seduzioni del consumo? «C’è libertà in tutti i linguaggi e la creatività non ha confini di argomento. Per esempio ho recentemente prodotto e diretto un corto molto sperimentale, Skin/Out, che indaga i confini della pelle e della coscienza di sé immergendo il corpo nudo di una performer, la bravissima Gloria Dorliguzzo, in un liquido che forma una membrana in superficie mantenendo la trasparenza. Una specie di virtuosismo anche tecnico che ha vinto il premio come Best Experimental film all’International Film Festival di Barcellona. Tuttavia comincio a nutrire qualche preoccupazione per l’impatto della tecnologia e dell’intelligenza artificiale sul nostro modo di vedere le immagini, sempre più veloci e facilmente contorte, fino a diventare disturbanti. Credo che occuparci anche di problemi reali aiuti a mantenerci umani».

13 educazione affettiva
13 frame nbc

 

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